COVID-19 & Ambiente

Abbiamo bisogno ogni anno di una pausa climatica?

La pandemia del coronavirus ci ha costretti a rimanere a casa, condannato a rinunciare ai consumi e portato in sella alla bicicletta. L’effetto non durerà a lungo, ma il lockdown potrebbe ispirarci a sperimentare di più.

Durante il periodo di chiusura dovuto al coronavirus i valori degli inquinanti a Basilea sono calati dal 25 al 44 per cento, dal momento che le strade erano praticamente deserte[1]. All’apice del lockdown, le emissioni globali giornaliere di sono diminuite persino di circa un sesto[2]. Gli aerei sono rimasti a terra. Il numero di tratte percorse è sceso, a livello nazionale, del 50-75 per cento[3]. Anziché viaggiare, almeno un terzo degli impiegati ha lavorato da casa (o da remoto)[4], risparmiandosi il tragitto per raggiungere il posto di lavoro. Come ha evidenziato un sondaggio condotto dall’Università di Lucerna[5], gli svizzeri hanno anche riscoperto i prodotti del territorio, acquistando a chilometro zero.

1/1 – © BAFU | Sabine Bertschi, collectif Marie-Louise

Ma l’effetto resisterà a lungo? È poco probabile. L’essere umano è un animale abitudinario, che sceglie la via più comoda. Cambiare il proprio comportamento è un gesto dettato unicamente dall’emergenza. Abbiamo visto con quanta rapidità, ad esempio, ci si è nuovamente sbarazzati delle regole del distanziamento sociale non appena la vita di tutti i giorni è tornata alla normalità. È pur vero che in futuro il lavoro da casa o da remoto diventerà un’abitudine, decongestionando nella migliore delle ipotesi il traffico dei pendolari. Nel 2017, tuttavia, ben nove persone su dieci in Svizzera facevano la spola tra casa e lavoro. La tendenza a viaggiare sempre di più e su distanze sempre maggiori riprenderà il suo corso una volta che la pandemia sarà alle spalle.

Cosa bisogna fare, dunque, se si vuole che la Svizzera diventi più sostenibile dal punto di vista dei consumi e dei trasporti? Cosa possiamo imparare dal lockdown?

Qui di seguito vogliamo presentare due scenari, simili ad esperimenti mentali – uno molto radicale, l’altro improntata all’innovazione.

Il lockdown per il clima

Il lockdown dettato dal coronavirus ha comportato un calo delle emissioni, mettendo in luce come sia possibile condurre una vita con meno mobilità e meno consumi. Significa che ogni anno ci serve una pausa climatica? Questa sarebbe la prima variante radicale, che tuttavia cela alcuni risvolti problematici.

Proviamo a immaginarci la situazione: ogni anno ci sarebbe un mese di lockdown per il clima. Ad esempio a gennaio, quando le tasche sono comunque vuote, la pancia piena per i bagordi natalizi e non c’è più la voglia di festeggiare. Sarebbe un lockdown di tipo “soft”: i negozi avrebbero orari di apertura ridotti, il traffico automobilistico verrebbe limitato, ad esempio, con la chiusura dei centri città, i mezzi pubblici seguirebbero gli orari domenicali, non verrebbero organizzati eventi e, a seconda della radicalità dello scenario, vi sarebbero solo carne a caro prezzo e costosi biglietti aerei. Sarebbe, come si faceva in passato, un periodo di quaresima – ma con l’obiettivo di ricordare l’importanza del clima. Per la natura, a sua volta, sarebbe una sorta di “antropausa”, durante la quale essa potrebbe risollevarsi – anche se temporaneamente – dai danni subiti.

Lo scopo? Da un lato, durante quel mese si ridurrebbero le emissioni. In Svizzera, infatti, la maggior parte del CO2 è causata dai trasporti (32 %), con il trasporto privato di persone e il traffico aereo tra i principali emittenti di anidride carbonica nel settore della mobilità. Il 98 per cento dei costi climatici esterni è imputabile alla circolazione stradale e aerea (traffico motorizzato privato: 60%, traffico aereo: 38%), come rivela uno studio del 2017 commissionato dalla Confederazione.

Va detto, tuttavia, che i costi del CO2 risparmiati con questo lockdown per il clima non sono comunque particolarmente significativi. E anche la loro sostenibilità nel tempo è incerta: in un’ottica di lungo periodo il lockdown dovuto al coronavirus potrebbe persino causare un aumento delle emissioni, perché – come è risultato da uno studio – bloccherebbe ad esempio anche gli investimenti nelle energie pulite.

Il lockdown avrebbe però anche una seconda finalità: richiamare costantemente la nostra attenzione sui costi esterni di consumi e trasporti. Ogni anno ci verrebbe ricordato che il nostro stile di vita è tutt’altro che gratis.

Un simile lockdown per il clima comporterebbe dunque una serie di problemi, primo fra tutti quello dei costi. Secondo le stime della Confederazione, il lockdown da coronavirus è costato dai 30 agli 80 miliardi di franchi. Ad aprile la produzione economica registrava un calo compreso, in media, tra il 20 e il 28 per cento, con impatti estremamente differenti a seconda del settore.

Anche con un lockdown climatico di tipo “soft” i costi sarebbero insostenibili e verrebbero distribuiti in maniera iniqua – i comprensori sciistici, ad esempio, ne risentirebbero in misura sproporzionatamente elevata. Un altro interrogativo che si porrebbe è quanto tutto ciò possa essere efficace. Sicuramente, infatti, molte persone aderirebbero alle iniziative climatiche soltanto se costrette – cosa inammissibile in una società liberale. In caso di scarsa partecipazione, tuttavia, l’efficacia sarebbe pari a zero. In più, ci si chiede a titolo generale se la rinuncia – perché di questo si tratterebbe in un simile scenario – sia la strada giusta per superare la crisi climatica. L’odierna mobilità è frutto di uno sviluppo della civiltà e della tecnologia e porta con sé innumerevoli vantaggi, ad esempio può anche garantire una maggiore giustizia sociale.

Bisognerebbe invece incentivare le nuove tecnologie che hanno ricadute indiscutibilmente positive: non dannose per il clima e in linea con le esigenze contemporanee.

La settimana della sperimentazione

Il lockdown da coronavirus ha avuto anche altre conseguenze. Ha accelerato, ad esempio, l’adozione di tecnologie e soluzioni per il lavoro da remoto che sicuramente resisteranno anche in futuro, essendosi rivelate utili e convenienti durante il lockdown tanto per i lavoratori quanto per i datori di lavoro. Anche altrove la velocità e l’entusiasmo nei confronti dell’innovazione hanno lasciato il segno: nell’arco di brevissimo tempo sono nate strutture organizzative per la solidarietà di vicinato e il volontariato.

In pochi giorni i ristoranti hanno adeguato il loro arredo nei modi più disparati, installando pannelli di plexiglas o altri dispositivi e introducendo i codici QR al posto dei menù. Il lockdown da coronavirus ha dunque spianato la strada alle tecnologie innovative.

Dal lockdown potremmo mutuare questa voglia di sperimentare. Anziché una pausa climatica di un mese si potrebbe organizzare ogni anno, ad esempio, una settimana nazionale di sperimentazione a favore del clima: ogni Comune, ma anche ogni impresa o gruppo di altro genere, potrebbe testare nuovi programmi per una Svizzera più rispettosa del clima. Un Comune potrebbe magari decidere di dichiarare per una settimana il centro cittadino area pedonale, in modo tale da osservare in scala reale i vantaggi e le problematiche di una simile iniziativa. Un altro organizzerebbe un hackathon sulle tecnologie, aperto a persone provenienti dai settori più disparati, in cui si sonderebbero le possibilità con le quali rendere il Comune più ecologico a fronte di un costo contenuto. Ogni anno i cittadini potrebbero presentare al Comune i propri progetti , e quelli selezionati beneficerebbero poi di un sostegno nel corso di questa settimana. La settimana del clima diventerebbe pertanto parte integrante del bilancio comunale e sarebbe finanziata con il gettito fiscale. Ma non si tratterebbe di un’iniziativa di ispirazione puramente statale. Anche l’economia privata potrebbe contribuirvi. I commercianti al dettaglio, ad esempio, potrebbero offrire pannelli solari o la piantumazione di una mangrovia in Myanmar, esattamente come il 1° agosto si vendono fuochi artificiali e bandierine.

Durante il lockdown da coronavirus, in certi ambiti si è assistito anche a una riscoperta della coesione sociale. È ciò che una simile settimana potrebbe offrire con le varie iniziative a favore del clima, come quella di ripulire su base volontaria dai rifiuti laghi, fiumi, boschi e prati.

Sarebbe una settimana in cui tutta la Svizzera testerebbe i limiti del possibile, assumendo così il ruolo potenziale di nazione modello per la tutela del clima. Una settimana di questo tipo darebbe ai cittadini la sensazione di essere efficaci. Molte persone, infatti, non cambiano il proprio comportamento perché hanno l’impressione che ciò che fanno serva a poco o nulla – manca ciò che si definisce autoefficacia. La settimana di sperimentazione sul clima potrebbe far loro cambiare idea. E idealmente potrebbe diventare un appuntamento annuale in cui promuovere l’innovazione.

Questa seconda variante raccoglierebbe sicuramente più consensi, sarebbe più conveniente a livello di costi e più efficace. Potrebbe dunque essere un’iniziativa creativa frutto del lockdown da coronavirus, che ci consentirebbe di celebrare e consolidare la leadership della Svizzera a in materia di innovazione, nonché di creare soluzioni perseguibili per farne un Paese climaticamente neutrale.

[1] https://www.cmcc.it/article/clear-reduction-in-urban-co2-emissions-as-a-result-of-covid-19-lockdown

[2] https://www.nature.com/articles/s41558-020-0797-x

[3] https://smw.ch/article/doi/smw.2020.20295

[4] https://sotomo.ch/site/wp-content/uploads/2020/04/SRG_sotomo_Monitoring_Coronakrise_W2.pdf

[5] https://news.hslu.ch/nachhaltiges-konsumverhalten-corona/

Il presente articolo è stato redatto su mandato dell’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM). La responsabilità dei contenuti è interamente dell'autore.